| | | | | | | | | | | Presentazione di Lucien Bruchon. Filosofo, fisiopranoterapeuta e psicopranoterapeuta da più di vent’anni, Lucien Bruchon si interessa soprattutto alla ricerca sul senso della vita e sul perché della presenza di un “uomo pensante” nel creato partendo dal concetto di “Assoluto”, concetto che unifica tutti gli aspetti della Vita in un tutto osmotico e armonico, dove non c’è più posto per la paura e la sfiducia verso il “diverso”, qualunque sia la sua natura. L’essenza delle sue ricerche è stata pubblicata su Internet, per renderla disponibile a tutti coloro che possono essere interessati, all’indirizzo: www.spiritualitaolistica.it nel libro “La Grande Riconciliazione”. Risposta alle domande.
1. Che cos’è esattamente la Spiritualità Olistica? La Spiritualità Olistica è una filosofia che considera la vita, in ognuno dei suoi aspetti come il campo di espressione e di sperimentazione della profonda e reale natura spirituale dell’Uomo. Si ritiene che ciascuno di noi sia il centro del proprio destino, della propria vita e che, essendo così per tutti, ognuno è anche il “sacro strumento/maestro” del destino altrui. Si intende per “destino” la via, il mezzo con il quale l’Assoluto guida ognuno di noi verso la coscienza universale. È chiamata olistica perché si fa pregio di tutto ciò che l’uomo ha potuto o saputo capire di se stesso in tutta la storia dell’umanità in quanto rifiuta nessuna concessione od approccio spirituale che porti a un senso di fratellanza. La Spiritualità Olistica ci insegna a ringraziare e a benedire ogni avvenimento, ogni prova di vita, ogni nemico; tutto ciò che riteniamo diverso da noi, perché tutto questo è il metro di misura della nostra Tolleranza e del nostro Amore, della nostra comprensione della natura del Tutto. La Spiritualità Olistica è un impegno, una scelta di vita: una filosofia che unifica tutti gli aspetti del vissuto; ma è un impegno luminoso, allegro, sereno perché è spiritualità vissuta in ogni attimo della vita. La Spiritualità Olistica è un campo infinito, come l'universo, come la vita stessa.
2. Quali sono e in cosa consistono i principi fondamentali? Il principio fondamentale della Spiritualità Olistica è il concetto di “Assoluto”. La maggiore parte delle religioni e delle culture asseriscono che tutto ciò che esiste nell'universo è stato creato da una MENTE pre”esistente” ad ogni cosa. Essa è considerata onnipotente, onnisapiente e onnipresente. Se questo è vero, non possiamo continuare a considerare che esiste nell'universo una qualsiasi cosa che non sia una diretta emanazione di questa perfezione primordiale. Ciò che ci ha fatto considerare, finora, la (pseudo) spiritualità come opposta alla (detta) materialità è una distorsione del nostro punto di osservazione. Poiché siamo stati abituati (per millenni) a vedere gli aspetti materiali, fisici ed economici della vita come incompatibili con la spiritualità, abbiamo ritenuto questo concetto valido e vero e lo abbiamo mantenuto cristallizzato dentro di noi, vivendo tutte le conflittualità che questo comporta. Meditare sui concetti di “onnipotenza, onnisapienza ed onnipresenza” porta inevitabilmente ad una concessione del Divino che non lascia posto ad alcun’errore, ad alcuna forza che si possa opporre alla perfezione della sua natura e quindi ad un Dio “Assoluto”. Poiché è l'origine di ogni coscienza e poiché tutte le leggi dell'Universo sono pensate dall'Assoluto, nulla può essere concepito al di fuori della sua Coscienza. Nessuna forza può controllarlo perché Egli è l'origine di ogni forza. Nessuna parte della sua creazione può sfuggire al suo Controllo per il fatto che ogni cosa è manifestazione del suo Pensiero.
3. Quali sono i settori d’applicazione di questa filosofia? Indagando il concetto di Assoluto, nulla, dalla materia allo spirito è fuori dal suo campo di investigazione. Tutta la Filosofia Olistica è impegnata nella comprensione di ciò ch’è la vita e del perché essa è così come è. In nessun caso questa filosofia dirà a qualcuno come dovrebbe comportarsi ma sempre si chiederà qual è l’utilità, in termine di evoluzione, di ciò che ha fatto.
4. Qual significato dà alla vita e alla morte? Vita e morte vengano considerati come continuazione l’una dell’altra e consistono solamente in un cambio di spoglie, di strumenti di espressione e di sperimentazione. Di fatto, il corpo risulta essere il supporto della coscienza in via di evoluzione ma la materia del corpo si trasforma con estrema difficoltà e lentezza ed arriva il momento in cui si impone la necessità di sostituire lo strumento, limitato e logoro, con uno più adatto alle capacità fra tempo acquisite. In parole semplici: il cervello dell’uomo odierno non poteva essere contenuto nella scatola cranica dell’uomo primitivo che eravamo un giorno. Questa grande ed unica Vita è da considerare come una successione di ricerche e di sperimentazioni che portano l’entità incarnata ad sviluppare specifici strumenti che chiameremo “doti” da realizzare per il proprio bene e per il bene del resto dell’umanità. In questo senso ciascuno di noi, nella sua specifica natura ed evoluzione, è un dono all’umanità.
5. Come viene considerata la malattia? A un livello psicosomatico la malattia/controtempo/incidente ci informa sul fatto che non stiamo dando la giusta attenzione a una parte: fisica, emotiva o mentale; conscia, inconscia o animica, che si riferisca al nostro intimo essere o una situazione relazionale: cioè che non stiamo dando la giusta attenzione a una parte del nostro vissuto di Essere e che ci siamo intrappolati in un "fuori programma". Contrariamente a ciò che ci è stato insegnato, la malattia non è un nemico. Ben al contrario, essa ci dà l’opportunità di progredire verso noi stessi, di ritrovare la nostra vera natura persa lungo il cammino della vita, forviati da insegnamenti obsoleti o da situazioni interpretate come traumatiche. Nella continuità vita-morte prospettata in precedenza, la malattia può rappresentare l’eredità di una trascorsa vita. Non serve di trattenere il proprio passato perché la saggezza dell’Assoluto fa si che abbiamo a disposizione, oggi, le totalità delle informazioni necessarie per la nostra evoluzione e dei strumenti per accedere a queste. Guarire vuol dire prendere coscienza del profondo significato della malattia e lasciare andare i vecchi rancori, i vecchi dubbi, le vecchie paure, e perdonare a se stessi di non essere stati, ieri, consapevoli di quello che oggi si comprende. Nessun tipo di malattia può essere curato se non si prende coscienza del suo significato. Il medico-terapeuta deve partecipare a rendere l'Uomo sempre più colto e consapevole del proprio Essere. Nessuno può sostituirsi a noi per curare i nostri mali. Ogni Uomo ha il sacro diritto e il sacro dovere di sapere ciò che il suo Spirito gli vuole insegnare. 6. Come vengono valutate le malattie come l’Aids e il cancro? Aids e cancro sono aspetti particolare (ma non straordinari) della malattia. Il cancro è sicuramente un segnale di quanto una persona rimane sorda ai richiami del suo profondo. In effetti il cancro si sviluppa quasi sempre nell’apparente più completo silenzio ma siamo noi, distrati da cose insignificanti o volutamente lontani da noi stessi, che non lo sentiamo arrivare. Una cellula impazzita che si rigenera continuamente è ciò nonostante l’espressione di un profondo desiderio di libertà e di rigenerazione e la scommessa è decisiva: o cambio completamente la mia visione della vita ed il mio modo di viverla o me ne vado, mi ritiro da questa spoglia e personalità per tornare in circostanze più consoni a quello che capisco ora della vita.. L’Aids rappresenta un livello ancora più insidioso della non consapevolezza e della auto distruzione. L’apparente nemico non si presenta più davanti alle nostre fortificazioni ma si insinua subdolamente nelle strutture stesse, usando il sistema immunitario per minare le nostre difese e farci soccombere ad un nemico spesso insignificante. Le persone apparentemente malaticce non sono quelle che per forza si portano più male o saranno meno longeve perché in realtà esse esprimono verso l’esterno i disaggi del loro organismo e del loro essere. Quelle che non fanno mai un giorno di assenza al lavoro, che non si lamentano mai di nulla, sempre forti, con la pelle liscia e il tono luminoso non sono necessariamente quelle più sane e potrebbero nascondere (prima di tutto a loro stessi) le loro vere debolezze, paure, rabbie, ecc. Queste rischiano di venire fuori tutte di un colpo.
7. E più particolarmente qual è il significato dell’handicap? Non è perché il nostro corpo cambia, da una vita all’altra, per essere uno strumento più adeguato alla nostra attuale consapevolezza, che possiamo cancellare la nostra ignoranza o lasciarsi alle spalle cose non assimilate. La vita nel piano materiale è conoscenza ed esperienza, conoscenza compresa attraverso la sperimentazione sulla propria pelle. Senza la verifica la comprensione non si potrà mai valutare come realmente acquisita. La vita materiale, congeniata come strumento di evoluzione, ci obbliga a fare l’esperienza di ciò che stiamo comprendendo del proprio vissuto o di quello altrui e finché ci rifiutiamo di capire e di compartecipare all’esperienza dell’altro ci troveremo a dovere sperimentare personalmente ciò che l’altro sta ora vivendo. L’handicap, che sia di nascita od acquisito, è uno dei tanti strumenti di crescita messo a nostra disposizione. Come abbiamo detto in precedenza non c’è reale differenza tra una vita e l’altra, è solo una grande Vita spezzettata, e come tutte le altre esperienze l’handicap può iniziare in una vita (come opportunità di crescita qualora ci si allontani troppo dalla propria ideale traiettoria) e prolungarsi in quelle successive (se la comprensione dell’esperienza trascorsa non è stata raggiunta).
8. La Spiritualità Olistica ad esempio, fa una distinzione tra handicap fisico e mentale? L’handicap fisico e quello mentale offrono certo l’opportunità di esperienze molto diverse. C’è una grande differenza tra l’essere consapevole del proprio limite e il non percepirlo. Potremo dire che il primo guarda più specificamente la “mente”, la “personalità”, mentre il secondo è affare dello “spirito” in quanto, nel caso estrema, un essere completamente assente (o come tale percepito da noi) non potrà riflettere ne agire in questa vita e serberà nel suo profondo un intenso desiderio di esprimersi che verrà attuato solo nella prossima incarnazione. Ma è anche vero che l’handicap non è sempre quello che vede e tante persone apparentemente sane sono in realtà molto limitate e dovranno aspettare più vite prima di sviluppare i primi embrioni di consapevolezza. Il vero handicap è l’identificazione con il corpo, con le emozioni e con la mente. Finche crederemo di essere il nostro corpo subiremmo le leggi della materia e della biologia con la su lentissima trasformazione attuabile attraverso la progressiva sostituzione degli elementi presenti; finche crederemo di essere le nostre emozioni subiremmo le leggi dell’emotivo con i suoi incredibili slanci e le sue successive catastrofiche cadute; finche crederemo di essere la nostra mente subiremmo le sue leggi ed meccanismi perversi come il senso di onnipotenza che diverrà presto una insopportabile prigione. La vera guarigione avviene quando possiamo guardare tutto questo dal di fuori in modo da poter dire: succede questo o quell’altro nel corpo che uso per comunicare con il mondo; succede questo o quell’altro nel l’emotivo che uso per sperimentare il senso di unione e di amore verso gli altri; succede questo o quell’altro nel mentale che uso per conoscere e gestire tecnicamente il mondo materiale nel quale vivo la mia esperienza di spirito incarnato, ma non succede nulla di dannoso a questa entità che sono perché non sono ne il mio corpo, ne le mie emozioni ne la mia mente. Ciò che deve essere ben inteso è che nessun di noi potrà mai sapere il livello evolutivo di una persona: l’apparenza inganna ed ogni malattia, ogni handicap, ogni costituzione fisica, ogni appartenenza razziale, ogni genere di sesso, ogni tratto somatico prende un significato diverso in funzione del momento evolutivo della persona che l’incarna ed ognuno di noi ha una “scaletta di esperienza evolutive” specifica, unica e irrepetibile.
9. In che modo questa filosofia permette l’accettazione dell’handicap e quindi la sua trasformazione? L’aspetto fondamentale di questa filosofia è la rilettura totale del senso della vita, il cambiamento di paradigma: “la Vita, qualunque esperienza essa ci chiede di affrontare, è un opportunità di evoluzione”. In questa visione non siamo più “creature di dio” della quale si deve dimostra il buon funzionamento ma ognuno di noi è una degli innumerevoli “possibile manifestazione dell’Assoluto”. Prendere coscienza ed accettare di essere “l’Assoluto in corso di manifestazione” è la più grande delle preghiere, la più grande delle celebrazioni del Divino e dovremmo scoppiare di gioia a questo pensiero, e dovremmo trovare la vita meravigliosa, e ci dovremmo sentire degni ed onorati di essere questa specifica manifestazione, e dovremmo essere appassionatamente curiosi di osservare, di conoscere ed di accogliere la manifestazione che siamo e le altre manifestazioni del Divino, riconoscendosi in ognuna di esse e riconoscendosi in un solo Essere. Ma questo è questione di crescita, di evoluzione, e tutti arriveremo a questa percezione, a questo infinito abbraccio. Noi siamo la parte “in divenire”, cioè relativi, di un Entità da sempre e per sempre “in Essere” perché l’Assoluto, per essere tale, deve essere, da sempre e per sempre, completo di ogni sua possibile manifestazione. L’Assoluto è contemporaneamente “Essere” e “divenire”. Il “portatore di handicap” è, allo stesso titolo di ogni altra persona di questo mondo, un “attore protagonista” di questo meraviglioso “assoluto ed eterno stato di esistenza”. Le mansioni sembrano diversi perché in questo specifico momento non recitiamo lo stesso ruolo, non tutti possono raffigurare Amleto, Don Giovanni o la Regina Elisabetta, non perché incapaci di farlo ma semplicemente perché ci può essere solo uno di essi alla volta. È l’accettazione della propria mansione che ci permette di studiare e recitare bene il ruolo che ci compete. Nel caso contrario non capiremo mai quanto il nostro ruolo poteva essere importante per la riuscita dell’opera. L’infinito Amore dell’Assoluto è tale che ognuno ha la possibilità di imparare ciò che è pronto ad imparare. La percezione del dolore e della sofferenza risulta essere una questione di attenzione e quindi di “mente”, di interpretazione. È la mente che ci dice quanto dobbiamo soffrire e quanto dobbiamo manifestare la nostra sofferenza. L’uomo non sa ascoltare l’attimo presente, la sua testa è sempre nel passato o nel futuro. L’uomo interpreta ciò che vive in funzione di come ha interpretato il suo passato e proietta il tutto sul domani. Vivere il presente interpretandolo in funzione di quello che contiene è la chiave della salvezza e della trasformazione, della guarigione o per lo meno di una molto maggiore sopportazione. La rivolta, il diniego o la sottomissione sono invece sorgenti di mal’essere, di maggiore sofferenza, fino alla auto distruzione.
10. Che cosa si intende per “Osmotico”, “Armonico”, “Assoluto” e “Diverso” in questa disciplina spirituale, e cosa si intende per “dualità”?
L'osmosi, in chimica, è un processo spontaneo che tende a diluire la soluzione più concentrata, tendendo a ridurre la differenza di concentrazione delle sostanze nelle cellule. Filosoficamente si intende per “osmotico” uno stato in qui tutte le parti assumono lo stesso valore. Questa espressione non vuole intendere che tutte siano uguali in sostanza ma che, malgrado la loro diversità, hanno la stessa importanza per il funzionamento armonico del tutto. Armonico, termine preso in prestito alla musica, rende forse di più l’immagine di questa “uguaglianza nella diversità” in quanto ogni nota musicale è diversa delle altre ma nessuna può venire a mancare e un giusto accostamento crea un insieme gradevole e rilassante per l’ascoltatore. Il termine “Assoluto” va lungamente meditato perché solo una riflessione personale può farci sentire la profondità e i reconditi significati filosofici di questo concetto. In due parole “assoluto” significa comprensivo di ogni cosa. Ovunque potrà arrivare il nostro pensiero; quanto lontano potremmo respingere le nostre conoscenze scientifiche nell’infinitamente piccolo o nell’infinitamente grande; qualunque cosa succede, così assurdo possa sembrare, questo appartiene all’assoluto! I progressi della scienza, la maggiore capacità di autonomia dell’uomo nei confronti dei dogmi e la libertà di pensiero che questo gli dà non fanno che ampliare la nozione di divino. Quanto al “diverso” possiamo capire ora, alla luce di questo nuovo paradigma dell’Assoluto, la sua preziosità. Di fatto, l’Assoluto, da sempre e per sempre completo di tutte le sue possibili manifestazioni non ha bisogno (si fa per dire perché Esso non può avere alcuno bisogno) di manifestarsi due volte dello stesso modo. La diversità è proprio della natura manifesta del divino ed è in questo che possiamo incontrare il divino in ogni momento, ovunque. Tutto è “Divino”. Tocca a noi vederlo e riconoscerlo. Egli non si nega mai, siamo noi a smentire la sua universale ed assoluta presenza. “Duale” è la condizione dello spirito unipolare che si trova, in questa incarnazione terrena, per conoscersi, a doversi esprimere e sperimentare attraverso l’opacità, la pesantezza e la resistenza della matteria bipolare. Di fatto, la matteria tale la conosciamo esiste solo in virtù della bipolarità elettrica. Senza un polo elettricamente positivo ed uno elettricamente negativo non esisterebbe il nostro universo. Lo spirito, unipolare ed immortale come l’Assoluto il suo emanatore (e non creatore come visto in precedenza), entrando nella matteria partecipa della bipolarità. Questo gioco si manifesta con la scomparsa nell’inconscio di una parte virtuale di se stesso ed il successivo incamminarsi alla ricerca di questa per ricompre (spinto dalla nostalgia della perfezione che già si conosce per il fatto di farne da sempre e per sempre parte), l’unità persa. Tutto ciò che è fuori di noi serve in questo caso da specchio dove possiamo scorgere quello che è nascosto dentro. Ogni negazione dell’esterno risulta quindi una negazione ed un allontanamento di ciò che andiamo disperatamente cercando e così facendo dovremmo tornare un’infinità di volte per sperimentare personalmente ciò che neghiamo di noi stessi negando così la natura stessa dell’Assoluto. | | | | | | | | | | |